Un altro tormento
A differenza d’altri suoi amici a Mino non pesava il fatto di dover fare quella terapia ogni giorno anche se, lo ammetteva, era seccante, soprattutto il rito della preparazione. Prese così i quattro flaconi di medicinale che teneva nel frigorifero, le due fiale d’acqua distillata, la siringa e l’ago butterfly ed iniziò a sciogliere la sostanza secca medicinale con l’acqua, agitò accuratamente il preparato per eliminare qualsiasi residuo di medicinale non sciolto (non voleva che l’infusione gli procurasse quel fastidioso bruciore), ma quella sera Mino agiva lentamente e senza la minima voglia, d’altronde la giornata trascorsa all’ospedale lo aveva sfiancato. “Sono talmente pieno di buchi che mi sento un colapasta!” pensò sorridendo, e si apprestò a disinfettare la parte di coscia eletta a punto buono. Fortunatamente gli aghi che aveva ora erano molto sottili ed appuntiti. Quando era piccolo, Mino non aveva ancora in dotazione la macchinetta portatile e perciò la terapia per abbattere l’elevato livello di ferro depositato nel suo corpo, era eseguita per mezzo di iniezioni intramuscolari. Ricordò immediatamente la prima sera di quel soggiorno in colonia. Fu lì che imparò a mettere da solo, sottocute, il piccolo ago per la terapia. “Hai capito che furbacchioni i medici? Unire l’utile al dilettevole” pensò e punse senza difficoltà il punto. Assicurò l’ago con un pezzetto di cerotto ed avviò la macchinetta regolando la durata dell’infusione, 16 ore. Poi la guardò a lungo e la paragonò alla prima che ebbe in prestito dall’ospedale infantile. Madonna! Quella era grossa come una videocassetta e pesava anche come una videocassetta, e poi era scomoda da portare addosso. Si ricordò che la sua mamma (sempre lei, mamma dalle mille risorse!) gli fece una sorta di cinturone da sceriffo, di stoffa leggera, con due fondine di stoffa anch’esse, che era fissato in vita tramite pezzi di velcro e sopra il quale s’indossavano i pantaloni del pigiamino. Eh si, all’epoca Mino la terapia la faceva durante la notte…
Ora invece era tutto diverso! Innanzitutto le dimensioni della macchinetta, più piccola di un telefono cellulare, e poi, il rapporto con la terapia. “Se devo farla per forza, non mi deve limitare la vita” era stata da sempre la sua filosofia. Con la macchinetta attuale addosso Mino era andato in moto, ai concerti, in aereo, e a questo pensiero rise ricordando la paura che provò passando sotto il metal-detector…”E se mi fermano, io che diavolo gli dico? Non posso mica spogliarmi in mezzo all’aeroporto per far vedere loro com’è messo tutto l’ambaradan!”.
Fece anche caso al fatto che tutti i suoi amici si erano dimostrati molto interessati a quell’armamentario che si portava sempre in tasca. Il suo amico Marco lo chiamava il bombardone con ironici riferimenti a sostanze dopanti o proibite. Anche Mino scherzava con le sue medicine, non erano poche in fondo quelle che doveva assumere giornalmente, ad iniziare dalle vitamine per continuare con gli antiossidanti e per finire last but not least con l’insulina. Qui la sua memoria ricominciò a volare ed atterrò in una mattina di tanti anni prima, quando ricevette la telefonata dal caposala del reparto che gli annunciava una visita per la mattina seguente, in cui avrebbe iniziato la terapia insulinica. Il diabete aveva vinto sul suo corpo! Pianse quella domenica mattina Mino, pianse tantissimo, abbracciato a Leo, il suo adorato fratellone, che tentava in tutti i modi di consolarlo, ma la disperazione aveva ormai fatto breccia.
“Beh, spalle larghe” pensò come ridestato da un sogno “abbiamo sopportato anche questa botta”.
Neanche la comparsa del diabete aveva piegato la sua resistenza (ed il suo orgoglio) tant’è che spesso si ritrovava a prendersi in giro con quel giochino celo-manca-manca-celo che fanno tutti i bambini, con le figurine dei calciatori che hanno o no nel loro album; dopotutto i guai che la talassemia gli aveva regalato erano davvero tanti: cardiopatia, diabete, scarso sviluppo fisico, epatite C…”ma chi se ne frega, finché c’è la salute” rise ed uscì dal bagno per andarsi a sdraiare sul suo divano-letto. Accese il televisore per gustarsi il film che stava per iniziare. “Nooo, PHILADELPHIA noo, piuttosto mi dò una randellata sui denti!” fu il suo commento sarcastico e, mentre le immagini iniziavano a scorrere, spense il televisore, accese lo stereo e infilò nel lettore cd il disco del suo chitarrista preferito…Pat Metheny; spense l’alogena e si augurò “BUONANOTTE!”
Associazione Malati Anemia Mediterranea Italiana