Associazione Malati Anemia Mediterranea Italiana
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Com’è iniziato.

sabato 19 dicembre 2009, di Raffaele Tannone

Com’ è iniziato.

Mino accese il walkman, regolò il volume e reclinò la testa. “Oggi sarà una lunga giornata!” pensò mentre le prime gocce entravano in circolo e, puntualmente, gli arrivava l’abbiocco. Non appena chiuse gli occhi un lampo lo investì e lo riportò davanti a quel grande piazzale che per tantissimi anni aveva percorso con la mamma, mano nella mano, prestando attenzione d’inverno a non scivolare su quei marciapiedi così in discesa. Si ricordava perfettamente la grande facciata rosa con quell’inserto di vetrate azzurre, le luci blu profonde e inquietanti che si vedevano attraverso le finestre in un’ala dell’edificio. C’era anche un omino che vendeva giocattoli che si metteva sempre sul muretto basso, prima dell’entrata. Un posto strategico visto che si trattava di un luogo popolato solo di bambini! “Adesso non è più così” pensò Mino. Per andare su in reparto prima si andava dritto e si girava a sinistra dopo la sala d’attesa… quella sala… che bella che era, con tutti i cartoni Disney dipinti sui muri. Poi, nel corridoio, c’era lo stanzino dove la mamma faceva la polizza (ricovero in regime di day-hospital N.d.A.) … chissà cos’era per lui la polizza. Ancora un po’ più avanti, sulla destra c’erano gli ascensori ed al terzo piano, proprio di fronte agli ascensori, c’era la porta del reparto. E lui lì ci ritrovava i suoi amici, bambini che come lui si sottoponevano ogni tre settimane a quelle cure così difficoltose. “Ma che ne sa la gente di quello che ho passato io da piccolo”. Ora non ci faceva più caso Mino perché era la sua vita, ma allora, da bambino, ci pativa e parecchio. Non poter giocare a pallone con i suoi compagni di scuola o scorazzare in bici con i suoi amici del palazzo, solo perché era più debole e gracile di tutti gli altri. Si ricordava della mamma che spiegava ai maestri di scuola la sua situazione e questi che lo accarezzavano sulla testolina dicendo “povero piccolo”.

Aprì gli occhi per un attimo e guardò l’orologio. “Cristo, sono passati solo dieci minuti” e li richiuse.

Un altro lampo lo proiettò già vestito col pigiamino sul piccolo lettino, dove un signore col camice bianco che profumava di bucato gli stava ascoltando il cuore. Ma la mamma dov’era? Ah già, le mamme le facevano uscire dal reparto fintanto che non venivano messe su tutte le trasfusioni. E si ricordava bene Mino delle urla dei bimbi che volevano la mamma o il papà vicino, perché ciò che stava accadendo loro era qualcosa di terribile. Adesso i ricordi di Mino erano confusi… sentiva una musica. Ma non c’era musica all’epoca in reparto, quindi… Si svegliò di soprassalto “uff… il cellulare, che palle!” Dopo una breve conversazione Mino si risistemò sulla poltrona pensando per un attimo che non sarebbe più riuscito a riprendere il filo dei ricordi, ma si sbagliava… eccolo lì, infatti, disteso sul lettino con l’ago in vena, il polso bloccato da una grossa striscia di cerotto per evitare che il braccio si muovesse e l’ago andasse fuori vena, “sennò ti dobbiamo fare un altro buco” era la giustificazione delle infermiere. “Metodi quasi nazisti” pensò, ma allora non lo poteva sapere che tutto era fatto per il suo bene, anzi, per la sua vita stessa. Si ricordava di un particolare curioso: durante la trasfusione, la mamma, che chiacchierava con le altre mamme, gli faceva il solletico sotto i piedini, leggero leggero, con la punta dei polpastrelli, quasi un rito calmante, lenitivo e soporifero. Difatti il sonno non tardava ad arrivare! Ah, la mamma, quante ne inventava per fargli passare quelle ore così strazianti. Mino ricordava bene che non si trattava solo della trasfusione in sé ma era tutta la giornata ad essere di merda! S’iniziava al mattino con il controllo dell’emoglobina – 1° buco; poi la trasfusione – 2° buco e, dopo due o tre ore di sofferenza (all’epoca Mino aveva circa sei anni) si aspettava un’altra ora per fare il controllo dell’incremento dell’emoglobina – 3° buco! Questo da più di 30 anni… era chiaro come le sue braccia ora a 35 anni assomigliavano a quelle del peggior tossico! Però c’era anche il lato bello di quelle giornate. Dopo la trasfusione tutti i bambini si riunivano in una sala dove i tavoli formavano un unico grande tavolo e lì disegnavano, chiacchieravano e passavano in allegria un’oretta in attesa del pranzo e non di rado assistevano dalle finestre, all’emozionante atterraggio dell’elicottero del servizio di eliambulanza, sulla pista del vicino ospedale traumatologico.

“Se lei ne vede la necessità, io non la vedo”. Così aveva risposto un medico alla mamma di Mino dopo che, preoccupata per il pallore, l’inappetenza e l’astenia del suo piccolo, aveva richiesto un’analisi del sangue. Fu allora che scoprì d’essere portatrice sana d’anemia mediterranea, così come il marito e che Mino era talassemico. I ricordi di Mino fecero un ulteriore balzo indietro, verso momenti difficili per lui ma difficili soprattutto per i suoi genitori. Momenti fatti di mancanza di sangue, di trasfusioni fatte di sera tardi se non di notte, e papà e mamma con le lacrime della disperazione per ciò che loro ed il loro piccolo stavano patendo. Gli vennero in mente anche i racconti del papà, che insieme con altri papà bloccò l’entrata del reparto per protesta e per essere ascoltati. “Quante ne hanno passate anche loro” pensò, “ora sono anzianotti e lotto io al posto loro, giacché le difficoltà si sono trasferite dal campo sanitario a quello sociale”. Piano piano Mino aprì gli occhi, disturbato dal tramestio che avveniva in sala. Erano arrivate altre persone che si sottoponevano a trasfusioni e quando udì un’anziana signora affermare che erano già tre anni che faceva quella vita, un sorriso gli affiorò sulle labbra. “Almeno tu da piccola hai vissuto in salute” pensò, e si ritrovò di nuovo circondato di camici, solo che stavolta erano verdi e c’era una fortissima luce in mezzo al soffitto. Fu istantaneo il collegamento a quando lo operarono per togliergli la milza! Quanto aveva sofferto durante il risveglio dall’anestesia e mentre i punti di sutura si asciugavano. Un’amica di famiglia era andata a trovarlo un paio di giorni dopo portandogli in dono un libro: . Si ricordava nettamente che ci mancò poco che gli saltassero i punti, dal tanto ridere che fece, leggendo le avventure di quella peste, così come si ricordava della sorpresa che ebbe nel vedere i beniamini della sua squadra di calcio preferita aggirarsi tra i piccoli ricoverati e portar loro un po’ di gioia e qualche regalino. Aveva lì, attorno al suo lettino, il portiere, l’allenatore, il giovane difensore che tanti cuori di tifose ragazzine faceva palpitare, l’altro difensore dal volto rovinato dai segni di una malattia (anche i campioni si ammalano!). Che giornata fu per Mino … conservava ancora la foto ufficiale della squadra con tutti gli autografi che il portierone Campione del Mondo gli regalò in quel giorno, anche se ora Mino simpatizzava per l’altra squadra cittadina.

A questo punto si svegliò definitivamente e gli venne voglia di un caffè, ma come poteva fare? Era seduto in poltrona con quell’impiccio e, nonostante potesse camminare, non poteva certo passeggiare per i corridoi con la piantana reggisacche. Gli venne in aiuto un’amica arrivata durante il suo sonno. “Ti ho visto dormire e non ti ho svegliato” disse Titti. “Stavo sognando di quando ero di là al terzo piano”. Titti sapeva bene di cosa parlava Mino giacché anche lei era talassemica! “Ti ricordi le colonie?” gli chiese lei… Questa frase fu per lui uno spintone verso i suoi dodici anni, quando lo staff medico organizzò un soggiorno in una colonia di una cittadina rivierasca. Ecco il treno con tutti i suoi amichetti a bordo, le raccomandazioni di tutti i genitori, l’emozione di lasciare casa per la prima volta da solo. I suoi ricordi adesso turbinano in un vortice velocissimo, fatto di episodi esilaranti, momenti di discussioni, gite, partite di pallone con altri ragazzini. Oggi Mino conosce il perché di quelle colonie, ma all’epoca era divertimento puro. Contemporaneamente però, nella memoria gli si aprì una finestra che lo fece sussultare perché si ricordò di tutti i suoi amichetti che non c’erano più da molto tempo. Quanti amici aveva perso durante gli anni? Tanti, troppi, non ne ricordava neanche il numero, ma i nomi e le facce se le ricordava benissimo. Automaticamente pensò al primo. Quel giorno sua mamma era strana, aveva il volto scuro, sembrava arrabbiata ma non lo era… doveva dire al piccolo Mino che il suo migliore amico, il suo compagno di giochi era morto! Che terribile bastonata fu… ricordò che quando glielo disse lui barcollò e il mondo prese a girare vorticosamente… gli venne anche da vomitare. Da quel giorno e per 30 lunghissimi anni le spalle di Mino sopportarono una serie infinita di bastonate di tale portata. “Andiamo incontro all’estinzione della specie” pensò cinicamente finendo di sorseggiare il caffè e guardando la sacca di sangue. Era quasi finita ma ce n’era ancora una piena da fare. “Beh, vuol dire che mi farò un’altra ora di nanna, tanto oggi non mi passa più” e si risistemò comodo sulla poltrona. Con il secondo pisolino i ricordi si spostarono agli anni della scuola media, perché delle elementari francamente non ricordava molto, se non episodi a flash o i volti delle maestre. Dalle medie in poi invece i ricordi erano nitidi: sempre esonerato in educazione fisica, compiti non eseguiti o lezioni trascorse in distrazione totale, in ogni modo sempre scusato a causa del suo stato di salute.

Di ciò aveva sofferto anche nell’età in cui le ragazzine non sono più tanto indifferenti ai ragazzini, e l’aspetto fisico la gioca da padrone. Già, l’aspetto… e per un attimo soltanto invidiò tutti coloro i quali erano nati sani, dato che a lui piaceva la Formula Uno, il Motociclismo, il Football Americano e qualsiasi altra attività dove fosse richiesta una notevole stazza (non ultima l’attività dei buttafuori da discoteca). Comicamente si ricordò di due episodi distinti: il primo riguardava la visita di leva al distretto militare, dove per due giornate fu deriso dai suoi teorici commilitoni… i quali accusarono il colpo quando lui, con il foglio di congedo illimitato già in mano li apostrofò “comunque, piccolo o no, io ve ne batto dodici già da oggi” facendo loro il militaresco segno della stecca, ed il secondo riguardava la prima volta che un suo caro amico lo portò a passeggio in sella ad una moto di grossa cilindrata. Ancora ricordava il terribile crampo che lo assalì al solo divaricare le gambe per sedersi sulla sella. Un sussulto di risa lo colse mentre ricordò come lo apostrofarono gli altri amici vedendolo in sella: “Sembravi una bandierina, dietro Marco” oppure “se guardi il giubbotto di Marco ha ancora i segni delle tue unghie!”. Che fetenti pensò, ma subito dopo fu ben contento di essere circondato, ora, da amici sani che gli volevano veramente bene.

“Mino hai finito” disse l’assistente togliendogli l’ago.

“Menomale và! Anche oggi è andata”. Guardò l’orologio alla parete che segnava le 14 e si preparò ad attraversare tutto l’ospedale, fino al parcheggio dove aveva lasciato l’auto, al mattino di quella normale giornata di trasfusione.

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